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4 NOVEMBRE 1918. Lettere e canzoni del “fante popolare”

FolkNewsOTTOBRE2022

di Daniele Fumagalli

Premessa

Esistono due storie della musica.
Una storia della musica colta, ad appannaggio delle classi culturalmente ed economicamente egemoni, legata a speculazioni teoriche e notazione musicale; ed una storia della musica popolare: di coloro che praticano la musica per puro diletto (i ceti popolari ed “inferiori”). Ovviamente questi estremi sono delineati chiaramente solo in teoria. Nella realtà, più duttile, dinamica e frastagliata, i due piani hanno conosciuto, e conoscono, reciproche influenze.
FITP con il suo lavoro promuove proprio la conoscenza di queste convergenze, e permette di testimoniare la musica popolare appartenente alla cultura sotterranea. La quale, espressione del “ceto inferiore” in un orizzonte sostanzialmente dominato dall’oralità, è di difficile conservazione (1).
Pur con opportune specifiche, un discorso analogo si può fare con la storia. Esiste una storia ufficiale di date e dati, redatta – come già dicevano i romani – dal vincitore, ossia dalla cultura egemone. Ed esiste anche il punto di vista popolare: come i membri del popolo videro, ed interpretarono, eventi storici?
Se i nostri ricordi scolastici ci permettono di associare il 4 novembre al Bollettino della Vittoria di Armando Diaz, riportato in qualche targa in numerosi luoghi pubblici, nulla esso ci racconta del pensiero popolare, dell’altra storia (2) .
Strumenti analoghi a quelli dell’etnomusicologia (registrazioni, analisi di documenti, interviste) possono aiutarci a capire: come il soldato popolare visse, interpretò e sentì la Grande Guerra?
Si cercherà di rispondere operando un lavoro di confronto su due prodotti della cultura popolare: al canto O Gorizia tu sei maledetta verranno affiancati degli stralci di lettere, o testimonianze documentali, di alcuni soldati lombardi.

O Gorizia
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Prosa e poesia a confronto

O Gorizia si presta particolarmente a questo lavoro di analisi. Si tratta probabilmente del canto della prima guerra mondiale meno strumentalizzato a fini propagandistici e patriottici. Fu anzi proibito: cantare questa canzone in trincea comportava il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione.
Il testo proposto nasce da una sintesi delle numerose lezioni raccolte negli ultimi sessant’anni, fedele ad una interpretazione della Bandella Dopolavoro registrata sul campo nel 2017 a Oltrona San Mamette (CO).

1- Delle culture popolari del passato, del resto, non ci restano molto spesso che echi, anche se la rivoluzione introdotta dagli strumenti di registrazione ha permesso la nascita dell’etnomusicologia.
2- Piccola notazione: ad ulteriore riprova di questa distanza, non una parola di elogio, nel famoso bollettino, per l’enorme sforzo sostenuto dal fante popolare.

 

La mattina del cinque d'agosto
Si muovevano le truppe italiane
Per Gorizia, le terre lontane
E dolente ognun si partì

Sotto l'acqua che cadeva al rovescio
Grandinavano le palle nemiche
Su quei monti, colline e gran valli
Si moriva dicendo così:

Oh, Gorizia, tu sei maledetta
Per ogni cuore che sente coscienza
Dolorosa ci fu la partenza
E il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le moglie sui letti di lana
assassini di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir

Voi chiamate il campo d'onore
Questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
Maledetti sarete un dì

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Schernitori di carne venduta
E rovina della gioventù

Cara moglie che tu non mi senti
Raccomando ai compagni vicini
Di tenermi da conto i bambini
Che io muoio col suo nome nel cuor

Oh, Gorizia, tu sei maledetta
Per ogni cuore che sente coscienza
Dolorosa ci fu la partenza
E il ritorno per molti non fu

Si coglie prima di tutto l’assenza di espliciti riferimenti al nemico austro-tedesco. Lo straniero non viene dipinto come un mostro o una canaglia, non è nemmeno citato. Che dunque il fante popolare non percepisse ul tugnitt (3) come una canaglia?
Pietro Bera di Corteno Golgi, soldato semplice addetto alla mitragliatrice che aveva aperto il fuoco sugli austriaci, ebbe a raccontare:

Ho smesso di sparare perché quelle grida mi avevano bloccato, sentivo dentro di me l’angoscia e l’orrore, per amor di Dio, proprio non potevo uccidere ancora, a costo di finire al muro, davanti al plotone di esecuzione… per un ragazzo di ventidue anni erano esperienze tremende… quelle voci che invocavano pietà, che chiedevano aiuto, erano li anche loro perché comandati ed obbligati a farlo. […] Quell’austriaco e un nostro caporale stavano sdraiati – a me è sembrato fossero addirittura abbracciati – dentro ad una buca di granata, morti tutti e due: i nemici di poche ore prima erano li, abbracciati a morte. Questo dovrebbe servire da monito a quelli che scatenano certi cataclismi – ho pensato in quel momento.

3 - Ho sentito spesso alcune persone anziane riferire, per testimonianza dei loro padri, come questo fosse il soprannome dato agli austriaci durante il primo conflitto mondiale.

O Gorizia, canzone del popolo, e questa testimonianza di un soldato del popolo: sostanzialmente convergenti.
Stupisce, o anzi non stupisce, come i toni siano sostanzialmente diversi se si prendono in considerazione le lettere degli ufficiali. Il tenente Achille Bonardi da Ome definisce in una lettera del giugno 1915 gli austriaci “barbari massacratori” e “canaglie”. Un altro tenente, Emilio d’Acunzio da Leno, usa toni trionfali: “Avanti, Italia bella! Squillino ovunque e sempre le tue trombe, marce di trionfo e di vittoria”. E l’austriaco non può essere che dipinto nella medesima missiva come un “obbrobrioso assassino”.
Non si tratta del semplice confronto fra due prose diverse: qui si analizzano due culture diverse. Quella egemone delle classi superiori, che la guerra la ha voluta e che la vede in un modo radicalmente diverso, e la cultura delle classi inferiori, che la interpreta in tutt’altro modo. Dalle file della cultura egemone provenivano gli ufficiali, dall’altra cultura i soldati semplici. Naturalmente vi saranno stati sicuramente fanatici fra i membri del popolo, come anche ufficiali non così imbevuti di retorica patriottarda. Ma nel complesso l’analisi delle testimonianze, nei grandi numeri, sembra evidenziare queste culture opposte.
Torniamo al testo della canzone. L’uomo del popolo dice alla cultura egemone:

Voi chiamate il campo d'onore
Questa terra di là dei confini

 

Il Tenente Riccardo Nulli di Salò scrive alla cugina nel giugno del 1917, parlando di un assalto imminente: “Dunque è giunto il momento in cui c’è da farsi onore. Il campo della gloria è quassù dirimpetto a noi, tetro, oscuro, minaccioso […] io colle mie valorosi mitragliatrici salirò alla conquista, all’assalto”.
Proprio verso agli ufficiali, in questo scontro di culture, è rivolta la rabbia del soldato popolare.

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Schernitori di carne venduta
E rovina della gioventù

Le missive analizzate non fanno che rispecchiare questa rabbia, questa frattura fra due culture. In una lettera che un soldato manda al circolo avvenire sociale il 1/12/1915, leggiamo in un italiano scorretto ma efficace: “Non si fa altro che maledire i nostri superiori (se così si devono chiamare perché galonati) che vogliono tante mondizie, perché è fuori di ogni immaginazione… Fino a che eravamo al masatorio cioè in prima linea, in rischio di farci macelare ogni minuto…”

Il testo della canzone, è detto, è privo di qualsiasi elemento retorico. Anche la vicinanza agli affetti famigliari non è un orpello, ma espressione di genuini sentimenti che trovano corrispondenza:

Cara moglie che tu non mi senti
Raccomando ai compagni vicini
Di tenermi da conto i bambini
Che io muoio col suo nome nel cuor

Toccante la testimonianza del sergente di fanteria/contadino di Montichiari, Vincenzo Agnetti: “Cara moglie […] Io sono nato sfortunato e cosi dovrò morire […] baci […] alla piccina. Tuo Cencio”.
Angelo Andreoletti da Orzivecchi: “Tanti cari saluti e bacci a voi e tutto lintera famiglia e conservatevi tutti molti anni allaffetto del vostro lontano figlio tanti bacci di cuore”. Il contadino Paolo Bodini da Cigole scrive, un anno prima della composizione di O Gorizia: Carissima sposa, […] Da quel giorno che son partito da casa non ho ancora sentito una parola su da te e nemmeno riguardo alla familia e anche dei nostri bambini […] vi raccomando i miei bambini”.
Dello stesso tono Angelo Boglioni della Val Trompia: “Cara moglie […] baci a te e poi anche il mio caro Gino che ho una volonta du vederlo che non posso più”.
Con diverso tono il già citato tenete Achille Bonardi scrive al padre: “Il piombo austriaco non uccide che il nostro misero corpo, perciò l’anima via volerà da te e dalla mamma a salutarvi e baciarvi”.

 

Culture agli antipodi. Anche se per esponenti di entrambe le culture, val la chiusa di O Gorizia. Forse la partenza fu dolorosa solo per alcuni. Ma vero è che per molti, il ritorno, non fu.

 

Nota. Le lettere provengono tutte dalla medesima fonte: Il mondo popolare in Lombardia. La Grande Guerra. Silvana editoriale. Milano. 1980.