Appunti di un etnomusicologo: registrazioni sul campo
a Vendrogno (LC) – 5 e 7 gennaio 2022

FolkNewsAPRILE2022

di Daniele Fumagalli

1. Vendrogno

Vendrogno (Vendrògn in dialetto valsassinese) è un paese dell’alta Valsassina. Le sue undici chiese storiche (la più vecchia delle quali risale al nono secolo) sono state recentemente oggetto di un bello studio ad opera del prof. Oleg Zastrow. Un museo: il MUU Museo del Latte e della storia della Muggiasca. Un territorio ricco di sentieri e alpeggi, con splendide vedute sulla Valle, sul lago di Como, di Lugano e persino del Monte Rosa. Un tempo comune autonomo, dal 1 gennaio 2020 fa parte del comune di Bellano.
Luogo di villeggiatura d’estate, d’inverno conta circa cento anime: fra cui Emma e Giampietro, che un tempo gestivano, per la terza generazione, il forno del paese. Armato di registratore e sfidando l’inverno di Muggiasca, sono andato a caccia di canti e tradizioni, realizzando due serie di registrazioni sul campo il 5 e 7 gennaio 2022.

b4983a97-5fb4-4370-8b08-5987ad1e15a0.jpg

Daniele Fumagalli raccoglie le testimonianze orali
di Giampietro Lanfranconi ed Emma Pellizzioni

2. I canti 

Le canzoni registrate, tutte strettamente popolari, sono molto eterogenee. Alcune sono abbastanza note in tutta l’area dell’Italia settentrionale - non sono peculiari della Valsassina - e molte di esse sono reperibili anche su YouTube ed oggetto di interpretazione di artisti e cori, vecchi e nuovi (Enzo Fusco, Le mondine, i vari cori
alpini)... Ecco l’elenco dei brani registrati.

 

1. La coperta ricamata
2. Me compare Giacometo
3. Giovannoti di Vendrogno
4. Cimitero di Rose
5. La gigia l'è malada
6. Le cime del Brenta
7. La leggenda della Grigna
8. El verze
9. Cosetta, cosetta
10. Non ti ricordi
11. Quando al mattin
12. Di qua di là del Piave c'èra un'osteria
13. La penna dell'Alpino
14. La tradotta
15. Va l'alpin
16. Partigiano dov'è la tua banda
17. Amici miei venite qui
18. La miniera
19. La montanara
20. E sempre allegri

Qualche titolo merita, per la maggiore rarità ed il valore autoctono, una maggiore attenzione. Ne è un esempio Giovanotti di Vendrogno:


Giovanotti, giovanotti di Vendrogno
la murusa la voren bela
bianca, rusa, e verginella
verginella nel far l’amor

Giovinotti di Vendrogno
00:00 / 00:14
24fb5361-f1bb-4ae3-ab84-bfea203f01d6.jpg

Anche Le cime del Brenta merita uno studio, ad esempio della grande vitalità di canti che, tramandati oralmente di bocca in bocca, venivano spesso adeguati alle esigenze grammaticali del proprio dialetto, o subivano nel testo modifiche sostanziali. Conosciamo il testo trentino nella trascrizione di Giuseppe Scaioli. A confronto, il testo registrato sul campo a Vendrogno.

Dialetto Trentino 
Alla mattina quando il sole
s'alza e scominzia a levarse,
vardo le zime del Brenta
che le scominzia a 'ndorarse:
allora mi me ne vado sui crozi a
rampegar,

RIT


allor penso a ti, tesoro del mio còr,
che ti se 'n bel fiorellin, fiorellin
d'amor.
A mezzogiorno sulla zima
disno de buon appetito,
vedo la valle che se stende
laggiù nell'infinito;
vedo una piccola casetta
sperduta in mezzo ai fior,

RIT


E alla sera nel rifugio
prima d'andarmene a letto
vedo una stella nel cielo,
sembra vuol farme l'ocetto,
ma una nuvola gelosa
la te nasconde a mi,
RIT

Valsassina e Valvarrone

Alla mattina quando il sole
S’alza e comincia a levarsi lerilerà
guardo le cime del Brenta
che incomincia a indorarsi lerilerà
allora mi me ve vado sui monti a
rampicar

RIT


allor penso a ti, tesoro del mio còr,
ti te se 'n bel fiorellin, fiorellin
d'amor.
A mezzogiorno al rifugio
prima del buon appetito lerilerà
guardo la val che si stende
si estende all’infinito lerilerà
vedo una bianca casetta
in mezzo al verde dei pra

RIT


E alla sera al rifugio
prima di andarmene a letto lerilerà
guardo le stelle nel cielo
mi voglion fare l’occhietto lerilerà
ma una nube gelosa
me le nasconde lassù


RIT

Diverse corali alpine si sono cimentate ne La leggenda della Grigna: brano tutt’oggi molto diffuso. I nostri testimoni non ne sanno indicare l’origine, tuttavia le nostre ricerche in seguito ne troveranno l’autore: il
grande poeta Luigi Santucci, con musica armonizzata da Vincenzo Carniel. Il suo successo si deve senz’altro alle stupende parole ed alla musica, altrettanto bella. Che ben rispecchia la sublimità, talvolta pericolosa, della Grigna; ben nota agli appassionati di montagna, del territorio e non solo. Il grande poeta milanese ha ben reso questa caratteristica nella Leggenda. Ecco il testo nella versione registrata sul campo.

La leggenda della grigna
00:00 / 02:50
4075f27d-a96a-4510-aa9c-b84275a10271.jpg

Alla guerriera bella e senza amore
un cavaliere andò ad offrire il cuore,
cantava: “Avere te voglio, o morire!”
Lei dalla torre lo vedé salire.
Disse alla sentinella che stava sopra il ponte:
Tira una freccia in fronte a quello che vien su.
Tira una freccia in fronte a quello che vien su.


Il cavaliere cadde fulminato:
Ma Iddio punì l’orribile peccato
e la guerriera diventò la Grigna
una montagna ripida e ferigna.
Anche la sentinella che stava sopra il ponte
fu trasformata in monte e la Grignetta fu.
fu trasformata in monte e la Grignetta fu.


Noi che t’amiamo d’un amor fedele,
montagna tanto bella ma crudele,
S’ode saliente il suon d’una campana
d’una chiesetta che a pregar ci chiama.
Noi ti preghiamo bella che diventasti un monte;
facciam la croce in fronte, non ci farai morir.
facciam la croce in fronte, non ci farai morir.
Morir…

Di tutt’altro tono, decisamente più goliardico, è Il Verzé. Il verziere era un antico quartiere milanese che i grandi poeti meneghini, da Carlo Porta a Nanni Svampa, testimoniarono essere luogo di donne di malaffare. Come sembra imparare a sue spese il malcapitato protagonista della canzone, con toni abbastanza eloquenti.


L’olter dì su andà al Verzé me vegnu in ment de to mjé de to mjé (2v)
S’eri ciuc cume un demoni ho fa ul cuntrat de matrimoni
ohi che matt che sun sta mi a spusà che la dona lì (2v)

L’è la dis che le la gà, ma la gà mai nient in cà mai nient in cà (2 v)
La gà ul lett senza letera per cifun la capunera
ohi che matt che sun sta mi a spusà che la dona lì (2v)


L’è la dis che le la gà, ma la gà mai nient in cà mai nient in cà (2 v)
La cumincia a bat la mata la pisa giò in te la pugnata
ohi che matt che sun sta mi a spusà che la dona lì (2v)


Quand che po la va a durmì l’é sempre in lett cun du u tri cun du u tri (2v)
L’è la dis “sun la padrona” lè ‘na vaca bela e bona
ohi che matt che sun sta mi a spusà che la dona lì (2v)

 

Emma e Giampietro ci cantano poi una canzone con il titolo Non ti ricordi. Si tratta di una romanza diffusa in tutta l’Italia settentrionale, spesso con il titolo O vile ingrato, e parla di un amor tradito (C. Grillo)
Un canto popolare datato, giacché Paolo Zanghellini la rilevò nel 1967 nel Trentino, a Villa Agnedo. Abbiamo ascoltato la registrazione dello Zanghellini: la musica è uguale, ma il testo differisce in misura significativa.

Registrazione a Villa Agnedo (1967)
 

Non ti ricordi quelle liete sere
che tu passavi accanto a me
e le promesse che mi facevi
eran’ bugiarde e false come te

Se tu sentissi com’ il cuor mi batte
non mi faresti tanto soffrir
dovresti amarmi, volermi bene
farmi godere la felicità


Ora ti auguro buona fortuna
in compagnia di un altro amor
però ricordati della tua Bruna
che la ti ama e la ti ama ancor


Le letterine che mi mandavi
erano piene di un falso amor
e tutti i baci che tu mi hai dato
sulle mie labbra, vile traditor

Registrazione a Vendrogno (2022)

Non ti ricordi quelle liete seri
che passeggiavi accanto a me
tutti quei baci che tu mi hai dato
sulle mie labbra eran traditor

Non ti ricordi quella carta fina
che tu per posta spedivi a me
tutte le lettere, che tu mi hai scritto
erano piene ma di falsità


Tu mi hai lasciata sola sola
in mezzo ai prati, là in mezzo ai fior
io vo cercando dell’amor tuo
io vo sognando la felicità


O vile ingrato tu sei mai stato
abbandonare questo misero cuor
potevi amarmi, volermi bene
farmi godere la felicità


Ma io ti auguro buona fortuna
in compagnia di un altro amor
però ricordati della tua Bruna
che la ti ama e ti ama ancor

Quando al mattin costituisce un’interessante variante, con musica uguale ma testo molto diverso, della nota canzone Meglio sarebbe, incisa dal Duo di Piadena e da Orietta Berti.
Partigiano dov’è la tua banda è una rivisitazione molto particolare di Cosa rimiri o bel partigiano: un brano molto noto della resistenza, fra i più interessanti come annotava Roberto Leydi nel primo volume dei Canti della resistenza italiana, edizione dischi del sole. Fu incisa anche dai Gufi, nella sua versione del testo più nota e comune. Questo brano costituisce comunque un’interessante esempio di rifunzionalizzazione: in origine era un canto della prima guerra mondiale, Cosa rimiri mio bell'alpino, rifunzionalizzata nel secondo dopoguerra. La struttura è tipicamente quella del canto epico-lirico dell'Italia settentrionale (Savona A. V.-Straniero M.L.: Canti della resistenza italiana, Rizzoli, 1985 Milano).

Versione più diffusa

Cosa rimiri mio bel partigiano?
Io rimiro la figlia tua
è la più bella della città

La mia figlia l'è giovine e bella,
ai partigiani non ce la do
in camerella la chiuderò


In camerella chiudetela pure
verrò di notte la ruberò
sugli alti monti la porterò


Sugli alti monti portatela pure,
verran i tedeschi a rastrellar
e la biondina l'ammazzeran


La mia banda l'è forte e armata
dei tedeschi paura non ho
con la mia banda li vincerò


Partigiano, indov'è la tua banda?
La mia banda l'è qui e l'è là
sugli alti monti a guerreggiar


Partigiano se vuoi la mia figlia
di un giuramento tu devi far
di star sett'anni senza baciar


Mamma mia che mal giuramento
aver l'amante così vicin
e star sett'anni senza bacin


Quando fu stato sulle alte
montagne
una bufera si scatenò
e la biondina in braccio andò.

Versione valsassinese

O partigiano dov’è la tua banda?
La mia banda è di qua
sugli alti monti a guerreggiar

Cosa rimiri mio bel alpino?
Io rimiro la figlia tua
è la più bella della città


La mia figlia l'è giovane e bella,
al vecchio alpino non gliela do
in camerella la chiuderò


In camerella chiudetela pure
ma io di notte la ruberò
sugli alti monti la porterò


Sugli alti monti portatela pure,
ma un giuramento dovete far
di star sei mesi, senza baciar


Mamma mia che mal giuramento
aver l'amante così vicin
e star sei mesi senza un bacin


Quando fui stato sugli alti monti
una bufera si scatenò
e la mia bella in braccio cascò

Concludiamo la rassegna con E sempre allegri canto che rivela un’altra caratteristica dei canti popolari lombardi: l’assenza di toni melensi.

E sempre allegri
00:00 / 00:40

E sempre allegri non si può stare, ma nemmeno malinconia
va a remengo morosa mia i tuoi pensieri sotto i piedi li metterò
E ciumbialerilerà si l’è un bel moretto, e ciumbialerilerà e a me mi piace

ciumbialerilerà la mi dona i baci, mi dona i baci mi dona i baci nel far l’amor!

3. Altri elementi del contesto

Tra una registrazione e l’altra, emergono nozioni di carattere folklorico di cui redigiamo alcuni appunti.

- Emma e Giampietro ci testimoniano come il canto popolare accompagnava, e accompagna tutt’ora, alcuni momenti della giornata: tuttavia essi trovavano una dimensione autenticamente corale in occasione di certe ricorrenze, come il 25 aprile o la terza domenica di settembre; in “luoghi chiave” (quale, in Valsassina, il
rifugio di S. Grato ai monti).
In quella occasione, più cantori si esercitano in polifonia. I rudimenti del canto polifonico, raramente sono stati appresi in scuole. Un ruolo importante però è sempre stato svolto, nelle comunità di montagna, dagli organisti delle parrocchie. Costoro in qualche caso hanno trasmesso i rudimenti dell’arte canora, appresi comunque
spontaneamente. Per quanto riguarda i canti, essi solo molto raramente hanno il supporto dei testi: parole e melodia sono ancora trasmessi da una robusta tradizione orale.

- A proposito di S. Grato ai monti, splendida terrazza sul lago di Como, la coppia intervistata ci racconta una leggenda tramandata oralmente: sette fratelli decisero di diventare eremiti, e scelsero la loro dimora in luoghi solitari sui monti circostanti.
Sfirio, il più anziano dei sette fratelli, scelse la vetta del Legnoncino, Calimero andò sopra Pasturo; Ulderico sulle pendici settentrionali del monte Muggio (ben raggiungibile è ancora la chiesetta, risalente all'XI secolo); Grato in Val Muggisca; Fedele in un bosco poco lontano da Casargo e Defendente nella zona fra Esino Lario e Perledo.
Solamente Margherita, unica sorella , si fermò in un luogo pianeggiante della valle (a Casargo in località Somadino) per recarsi a visitare ciascuno dei fratelli nelle rispettive località.
La leggenda racconta che i fratelli comunicavano fra loro accendendo dei falò, salutandosi fra loro. È facile interpretare il nocciolo storico di questa leggenda: la posizione panoramica di questi luoghi favoriva compiti di avvistamento e di segnalazione di eventuali pericoli determinati dall'avvicinarsi di truppe ostili.


- Le nostre fonti ci segnalano anche una differenza fra il modo di cantare della Valsassina e quello della vicina Valvarrone (oltre alle differenze linguistiche, già note). Nella Valvarrone, ci dice Emma, “se dupera ul tir”. Cerchiamo di far spiegare di cosa si tratti.
Nel canto della Valvarrone, il termine di ogni canzone è caratterizzato da lunghi vocalizzi, che allungano notevolmente il finale dei brani. - Concludiamo l’incontro parlando ad Emma e Giampietro delle Esse di
pastafrolla, un dolce da loro prodotto quando avevano il forno la cui memoria è ancora viva in quel di Muggiasca. La donna ci rivela che la particolarità del dolce era dovuta ad uno strumento con cui quest’ultimo si stendeva, uno strumento in rame inventato dal padre di lei. Un autentico manufatto.
Nella sede dell’antico forno, inutilizzato da anni, Emma ha ricavato un piccolo museo casalingo in cui spicca l’attrezzo, che chiediamo di fotografare.

8c55641d-582c-4e4b-971a-15d0b530f99d.jpg