Appunti etnomusicologici sulla Grande Guerra

FolkNewsOTTOBRE2022

di Daniele Fumagalli

L’articolo presente nella rubrica Accadde il di questo trimestrale di ottobre si è occupato di chiarificare il significato di alcune strofe di Oh Gorizia tu sei maledetta, tramite un lavoro di confronto con il carteggio dei soldati lombardi coinvolti nel primo conflitto mondiale. Si rimane ora in tema, ma con un'altra prospettiva.
Verranno presi in analisi altri due canti popolari, autenticamente popolari, giacché non hanno subito strumentalizzazioni di sorta, né tantomeno nacquero per fini propagandistici (sorte che toccò ad altre canzoni dell’epoca divenute popolari, quali La canzone del Piave e Le campane di S. Giusto).

I due canti in questione sono Addio padre e madre addio e Tutti mi chiaman Mario: canzoni che si prestano ad interessanti riflessioni, e possono aiutarci a comprendere quel grande evento storico che fu La Grande Guerra

ADDIO PADRE E MADRE ADDIO
Do                    Sol          Re-
Addio padre e madre addio,
                    Sol            Sol7             Do 
che per la guerra mi tocca di partir,
Fa                          Sol           Do La- 
ma che fu triste il mio destino,
                   Re-          Sol7        Do 
che per l'Italia mi tocca morir.

Quando fui stato in terra straniera
subito l'ordine a me l'arrivò,
si dà l'assalto la baionetta in canna,
addirittura un macello diventò.

E fui ferito, con una palla al petto,
e i miei compagni li vedo a fuggir
ed io per terra rimasi costretto
mentre quel chiodo lo vedo a venir.

"Fermati o chiodo, che sto per morire,
pensa a una moglie che piange per me",
ma quell'infame col cuore crudele
col suo pugnale morire mi fé.

Sian maledetti quei giovani studenti
che hanno studiato e la guerra voluto,
hanno gettato l'Italia nel lutto,
per cento anni dolor sentirà

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Qualche informazioni sulla canzone. Tipica Balladry europea, particolarmente diffusa nell’Italia del Nord. Probabilmente, le parole furono scritte su una musica preesistente. Sembrerebbe in ogni caso un canto della tradizione dei cantastorie, che si spinse fino agli anni ’50: tuttavia manca il riscontro di un foglio volante che lo accerti. La versione sopra riportata è stata raccolta da Roberto Leydi nella sua opera sui canti popolari italiani.
Un canto che val la pena di considerare per due aspetti. 

Il primo riguarda il curioso elemento del chiodo. L’elmetto tedesco (non austriaco) aveva effettivamente, nella fase iniziale del conflitto, uno sperone a punta che poteva richiamare la forma di un chiodo. Tuttavia quando l’esercito della Germania entrò in contatto con quello italiano, con Caporetto, l’elmetto a punta era già stato sostituito dal più pratico e protettivo Stahlhelm da circa un anno. Quindi difficilmente l’autore ignoto della canzone, ammesso che sia stato al fronte, poté vedere un “chiodo”. È più probabile dunque che il Chiodo fosse stato famoso per una delle molte caricature dell’epoca relative al Kaiser Guglielmo ed in generale all’esercito tedesco (vedi le immagini riportate in precedenza).

 

Interessante è inoltre la strofa finale: 
 

Sian maledetti quei giovani studenti
che hanno studiato e la guerra voluto,
hanno gettato l'Italia nel lutto,
per cento anni dolor sentirà

 

Quanto l’Italia entrò in guerra, la maggioranza degli italiani era neutralista: neutralisti erano i cattolici ed i socialisti, che da soli costituivano la maggioranza nel paese e nel parlamento. Vollero la guerra D’annunzio, i Futuristi, i politici Salandra e Sonnino e qualche industriale, che vide nella guerra ciò che la guerra rappresenta per un industriale: un grosso affare.

Ma la volle anche, ed è interessante, il ceto intellettuale: fra cui diversi studenti universitari, una minoranza, certo, ma imbevuta culturalmente di patriottismo e di risorgimento incompiuto. E poiché le maggioranze silenziose hanno sempre la peggio contro le minoranze rumorose, guerra fu. Possiamo accogliere le parole di un testimone storico d’eccezione, Indro Montanelli. Che in una sua Stanza del settembre 2000, scriveva:

 

«La saggezza e l’equilibrio, in questo Paese, anche quando sono numericamente in maggioranza, s’inchinano alle minoranze più chiassose e prepotenti e se ne lasciano ricattare. Esse in realtà volevano la guerra per la guerra, non Trento o Trieste, che l’Austria ci offriva gratis, in cambio della nostra neutralità, e che comunque, anche senza i nostri 600 mila morti, ci sarebbero venute dalla inevitabile disfatta dell’Impero asburgico

[…] la sconfitta a cui nel nostro Paese la ragione sembra eternamente condannata. Talvolta lo è anche in Paesi più maturi e meno retorici e parolai del nostro. Ma da noi lo è sempre. E basta andare a leggere i tromboneschi scampoli della letteratura e dell’oratoria interventiste dell’anno 1915 per misurare l’irrimediabile vuoto delle teste e delle coscienze italiane. «In Italia - diceva il vecchio Prezzolini - non c’è nulla di più pericoloso che aver ragione a bassa voce e nulla di più sicuro che aver torto urlando».

Eppure anche lui fu di quelli che nel ’15 urlarono.

 

Un’altra canzone interessante è Tutti mi chiaman Mario (conosciuta con vari titoli: Mario Marino, Mi chiaman Mario ma son Marino). Sopravvissuta a lungo nel canto popolare orale dell’Italia del Nord, con variazioni – anche significative – nel testo. Anche in questo caso, non se ne conosce l’autore, né la data di composizione.

Fu comunque un canto che ha conosciuto diverse lezioni.  I vari archivi etnomusicali ne danno diverse versioni. Spaziando nell’intero Nord: il Centro Etnologico Canavesano (C.E.C.) ne ha raccolta una versione incisa dalla Coro Bajolese in uno dei suoi dischi. Il gruppo folk veneto Na Fuoia ne ha fatto una recente bella interpretazione, disponibile anche su YouTube. Un invito all’ascolto.

Uno dei membri del gruppo ha raccolto questa lezione agli inizi degli anni 2000. Una versione recetemente raccolta dal campo dallo scrivente in area lombarda, a Lora (CO), si deve alla professoressa Barbara Chiari,  esperta di didattica digitale e curatrice della pagina Facebook "La poesia delle cinque". La testimone orale riferisce di averla “ereditata” da una nonna originaria di Ariano Polesine. Ecco la lezione raccolta personalmente sul campo dalla viva voce della prof.ssa Chiari (Trascrizione delgi accordi a cura dello scrivente):

 

3/4

LA-                                                     MI

Tutti mi chiaman Mario, ma son Marino,

                                         LA-

vivo di cortesia e son sincero:

              LA7         RE-    SOL       DO

ho combattuto tanto sul Monte Nero

                     MI                           LA-

per liberar l’Italia dal pié dello stranier.

 

Amavo una ragazza, ma mi ha lasciato,

come una rondinella di primavera;

ed io in Albania con la bandiera

ad aspettar notizie di chi non scrisse più.

 

Ma un giorno di licenza la rincontrai

ed era accompagnata da un tenentino:

ella la mi guardava con occhio maligno

come per dirmi Mario, di te non so che far.

 

Ma un giorno di licenza la rincontrai

non era accompagnata dal tenentino

ella, mi disse, Mario, mio bel marino,

son fidanzata a lui, lasciarlo non potrò’.

 

Ma Mario ancor vestito da militare

prese la baionetta dalla cintura;

ella gridava forte ‘non ho paura’:

ma con un colpo al cuore a terra la gettò.

 

 Limitandosi a qualche riflessione superficiale, Tutti mi chiaman Mario può insegnare molto: sulla possibilità di testimonianza del canto popolare, sul suo destino, sui suoi linguaggi e sulle sue possibilità di sopravvivenza, rifunizonalizzazione e riutilizzo.

  1. La canzone presenta di fatto la sovrapposizione, ad opera della grande fantasia popolare, di due fronti diversi: quello del Monte Nero (prima guerra mondiale) e quello albanese (seconda guerra mondiale).

  2. Il femminicidio raccontato cela in realtà un problema molto profondo del “rientro dalla guerra”: l’incapacità, per chi era stato violento al fronte, di riadattarsi ad una vita “normale”. Incapacità che per altro spinse molti uomini fra le fila delle camicie nere.

  3. La canzone, tramandatasi oralmente con tante diverse versioni, testimonia la grande vitalità del canto popolare: spesso le modifiche erano l’ineludibile contributo del passaggio di testiomone.

  4. La canzone non è rimasta nei ranghi della canzone popolare. Infatti, tanto all’ascolto quanto alla lettura del testo, ci si accorge come Mario Marino sia parente prossima della canzone Cesare di Enzo Jannacci, contenuta nell’album Come gli areoplani (album per altro a nostro personale giudizio meraviglioso). Contattando uno dei massimi esperti in materia di canzone d’autore, cioè Andrea Pedrinelli, si è venuti a scoprire che Jannacci ha inciso Cesare mutuando la canzone da Gipo Farassino, cantautore torinese che la incise negli anni ’70, che a sua volta potrebbe dunque avere riscritto la sua canzone prendendo uno spunto così significativo dal canto popolare.

 

Ma allo stato attuale, individuare l’autore autentico di Mario Marino/Cesare sembra impossibile: un destino che noi etnumusicologi conosciamo bene.