IL FOLKLORE AL TEMPO DEL COVID-19

Tutta la forza e la resilienza dei gruppi folklorici lombardi

FolkNewsDICEMBRE20

la redazione

Se potessimo riavvolgere il nastro e tornare al mese di febbraio, vedremmo più di trenta gruppi folklorici lombardi carichi di energia, pronti a spiccare il volo verso un’altra estate di festival, di trasferte all’estero, di animazioni di piazza. Verso un altro anno di cene trascorse insieme, di bevute e di cantate del “dopo spettacolo”, di risate in compagnia. Un anno di folklore, insomma. E invece… nulla è andato come avevamo progettato e sognato. Niente balli e canti, niente palchi o tour, niente socialità e niente sorrisi. Un po’ come salire sul palco, posizionarsi per la danza di apertura e notare che la fisarmonicista non c’è: resti lì fermo, in attesa di capire cosa è successo e quando potrai finalmente dare il via alle danze. E intanto tutti ti guardano e aspettano, come te.
Ecco, questo 2020 amaro e triste lo potremmo definire così, un tempo sospeso e infinito. E così ci sono gruppi, come il Folklorico Orobico di Bergamo, che da carnevale non si sono più rivisti, se non in chat, perdendo contatti e a volte anche il sorriso e la voglia di ballare.
Di colpo la nostra socialità fatta di prese a valzer, di scambi di coppia e di cerchi mano nella mano si è sgretolata sotto i nostri occhi ed è stata sostituita da Zoom, Google Meet, Skype, WhatsApp e le dirette Facebook. E pensare che una volta socializzavamo con Scottish, Marzurka e Valzer! Certo i social network e tutte quelle diavolerie moderne ci permettono di tenerci in contatto e di coltivare la nostra passione per la cultura popolare, ma certo non soddisfano noi folkloristi incalliti, vero? Un po’ come mangiare l’insalata, quando sai che potresti goderti la cassoeula, per dirla in termini lombardi.
Ma la resilienza dei gruppi folklorici non si è fatta attendere e ognuno, a modo suo, ha continuato le attività. Perchè? Beh, sicuramente perchè noi lombardi non siamo capaci di stare con le mani in mano, ma anche perché i gruppi sono famiglie e come tali, nel momento del bisogno, si stringono per darsi man forte. E poi perchè abbiamo un compito importante: quello di preservare le nostre radici e di tramandare la cultura popolare alle nuove generazioni. Compito che oggi è più fondamentale che mai, dato che questa pandemia ci ha portato via tanti anziani detentori del sapere popolare.
Ed ecco allora che quest’estate i gruppi hanno tentato di tutto, in presenza e non, per resistere e non abbandonarsi all’impossibilità del fare. La Compagnia del Re Gnocco di Mapello ha ballato all’aperto, con il distanziamento e le mascherine (e che fatica!), i Brianzoli di Ponte Lambro hanno provato nel parco della loro villa, le Taissine di Gorno hanno ripreso in mano lo spettacolo che stavano organizzando con una compagnia teatrale locale. Anche l’Arlecchino Bergamasco non si è fermato e ha portato tradizioni, racconti e animazioni al Parco della Malpensata, in città. ll Gruppo Storico di Mapello, invece, si è inventato delle visite guidate in abito storico, mentre i ballerini di Sicilia nel Cuore hanno strutturato una “danza distanziata”. E poi ci sono le tantissimi iniziative digitali: il Gruppo Folkloristico Arlecchino si è cimentato nella produzione di video e di quello che i ragazzi chiamano “throwback” che poi non è altro che andare a recuperare le foto e i tanti ricordi delle trasferte passate e postarle su Facebook. Si sono trasferiti dentro ad uno schermo anche i Picett del Grenta che, via computer e in streaming, hanno eseguito tre brani popolari che possiamo ancora vedere sul sito del gruppo.

Non si sono fermate nemmeno le attività di ricerca e di costruzione: biblioteche chiuse permettendo, i gruppi hanno continuato a studiare le tradizioni, mentre Alfredo dei Brianzoli, il costruttore di Flauti di Pan, non ha mai smesso di realizzare strumenti.

Ma il folklore non sono solo le attività che facciamo. Il folklore sono le nostre emozioni nel fare queste attività. E allora oggi che non possiamo ballare entriamo in sede (chi può) e ci scende una lacrima a sentire il silenzio, a vedere il vuoto. Apriamo l’armadio di casa e ci casca fuori il cappello o il foulard di scena e ci si riempie la mente di ricordi. Al di là delle danze e dei canti, a noi manca questo, la vita da folkloristi.
Che dire? Non arrendiamoci. Ritorneremo più forti di prima.

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