Storie di tempi non troppo lontani

“Giasséra, moscaröla, ol sal, il quarantotto”.... ricordi di Renata Mazzoleni classe 1935.

FolkNewsAPRILE2022

di Ruggero Nani

Da bambina abitavo a Bergamo, in via S. Bernardino 145, la mia casa era chiamata il “quarantotto” per via della molta gente che vi abitava, tempi in cui il benessere era ben lontano dall’attuale vita.
Mio padre era elettricista alla società del Gres, un grande stabilimento che produceva tubi e manufatti in terracotta, mia mamma faceva la sarta.
La casa in cui abitavo era un vecchio stabile con più cortili, abitato da circa 40 famiglie di dipendenti della fabbrica. Le case avevano ben poche comodità.
In questo complesso abitavano sia gli operai, in case più umili e i cosiddetti “capetti” e impiegati con case di un livello più alto, io ero fortunata e abitavo nel cortile più bello.
Il primo cortile era quello più popolato, al centro c’era una grande fontana che serviva per lavare i panni e di lato i bagni comuni. Molte famiglie non avevano l’acqua corrente e i servizi igienici, io ero fortunata perché abitavo nel secondo cortile, più grazioso.

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Renata Mazzoleni da bambina

 

Cosa si mangiava?

I negozi erano pochi e si mangiavano solo alimenti genuini, non c’erano i conservanti e le scatolette.
Per lo più passavano venditori ambulanti con carretti, trainati da cavalli o asini e la farina si vendeva a peso. Mia mamma aveva cucito un sacco con una fitta tela e il venditore metteva farina e riso in questo contenitore. Stessa cosa per il latte che veniva messo nella bottiglia di vetro che si conservava per essere riempita nuovamente.
Per le verdure si aveva l’orto, io adoravo andarci, quindi d’estate avevamo sempre a disposizione verdura fresca.
A noi bambini spettava il ruolo di scendere nel cortile a comperare la frutta, o quant’altro servisse, raramente si usava il denaro, il commerciante aveva un “libretto” dove annotava quello che si comprava e poi si pagava mensilmente.

 

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Come si conservavano i cibi?

Con il sale, ma in tempo di guerra nelle nostre zone era difficile reperirlo, noi eravamo fortunati, ai dipendenti dello stabilimento era ammesso prendere una specie di sale grezzo di scarto che serviva per la lavorazione dei tubi in gres. Mio padre lo puliva, lavava e poi lo barattava con i contadini in cambio di qualche uova o pezzo di formaggio.
In estate si utilizzava la ghiacciaia (in bergamasco la “Giasséra”), un mobiletto in legno rivestito internamente di lamiera zincata dove si conservavano i cibi, pochi a dire il vero. Erano tempi di guerra e bastava un pezzetto di carne, burro e formaggio per renderci felici. In questo mobiletto all’occorrenza si metteva un pezzo di ghiaccio, spettava noi bambini andare ad acquistarlo dal venditore: mi ricordo che questo passava con un carretto grondante di gocce d’acqua, trainato mi pare da un vecchio cavallo. Grossi candelotti di ghiaccio vi erano riposti e questo strano signore, con una grossa sega, ci vendeva il ghiaccio in cambio di poche lire.
D’inverno la ghiacciaia cambiava utilizzo, diventava un comune armadietto per riporre gli alimenti, per conservare si usava la “moscaröla” appesa fuori dalla finestra o sul terrazzo, in cantina, in qualsiasi altro posto fresco e ombroso.

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Era una strana gabbia che serviva per conservare formaggi, salumi, burro, formata da una struttura in legno con un coperchio e “rivestita” da una fitta rete che  faceva passare l’aria ma non gli insetti.
Una moscaröla la tenevamo anche in una profonda cantina comune, ma io avevo paura ad andarci, non c’era l’illuminazione e serviva una candela o lanterna per accedervi.
Paura? Ma di cosa poi, nel grande caseggiato non esistevano lucchetti e serrature alle porte, ci si aiutava e voleva bene, eravamo tutti una grande famiglia.

Trascrizione intervista e riadattamento a cura di Ruggero Nani.

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